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giovedì 28 marzo 2013

Cipro, un'isola felice a metà


Il “salvagente- Europa” ce l’ha fatta: Cipro ha schivato il pericolo della bancarotta e i mercati possono tirare un sospiro di sollievo.
Dopo dodici giorni di chiusura, oggi le banche cipriote riaprono i battenti. Molte persone si sono accalcate dinanzi agli sportelli, nell’attesa di ritirare denaro. La chiusura era stata decisa dal governo per il timore di una fuga di capitali in seguito all'accordo, concordato con l’Eurogruppo, per il salvataggio dell’isola.

Ma qual è il prezzo del salvataggio di Cipro? L’accordo, inevitabile e duro allo stesso tempo, e frutto di un pasticcio europeo, non ha tenuto conto delle scelte politiche di Nicos Anastasiades, neopresidente di Cipro, il quale, in campagna elettorale, aveva promesso di non toccare i risparmi dei cittadini. La trattativa con l’Eurogruppo ha costretto Anastasiades a cambiare programma.
Inoltre, le autorità cipriote, negli anni, non hanno controllato le banche, lasciando, in tal modo, che alcune diventassero troppo grandi per riuscire poi a gestirle in caso di emergenza. Per di più, il governo non si è preoccupato della provenienza dei capitali (in maggioranza greci e russi) che gli istituti dell’isola attiravano. Le banche hanno concesso molti prestiti alla Grecia e hanno investito grosse fette dei loro patrimoni in titoli di stato greci, pur sapendo che era rischioso. Quando la Grecia è finita sull'orlo della bancarotta, coinvolgendo nelle perdite anche i suoi creditori (manovra decisa con le autorità europee), le banche di Cipro hanno perso l’80 per cento del denaro che avevano investito nei titoli greci.

Cipro è il quinto Paese dell’eurozona a ricevere degli aiuti per evitare il fallimento (prima ci sono stati Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna). Il suo governo, però, gode di ben poco credito politico nel resto d’Europa. Nel 2004 molti leader dell’Unione Europea si rifiutarono di accettare il suo ingresso nell’Unione, in mancanza di un accordo di pace che riunificasse l’isola. Ma la Grecia minacciò, qualora Cipro non fosse ammessa, di opporre il proprio veto a tutto l’allargamento dell’Unione Europea, e di impedire, quindi, l’adesione di altri Paesi. Pur riluttanti, i leader comunitari decisero di soccombere a questo ricatto e la Repubblica di Cipro entrò a far parte prima dell’UE, poi, nel 2008, dell'eurozona.
Nel 2002 il Segretario generale dell'ONU Kofi Annan presentò un piano di pace per la riunificazione di Cipro. Sottoposto a referendum nel 2004, il piano fu accettato con il 65% dall'elettorato dell'auto-proclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord, ma, fu rigettato, a grande maggioranza, dall'elettorato nella parte dell'isola controllata dal governo internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Cipro.

In mancanza di un accordo tra le due parti, le autorità della Repubblica di Cipro non possono esercitare alcun controllo sulla parte nord dell’isola, rimasta fuori dalla crisi economica che ha travolto le casse dello Stato greco-cipriota. I 264 mila abitanti turco-ciprioti non hanno nulla da temere, anzi, alcuni di loro sperano che la crisi porti qualche vantaggio. “Appena riaprono le banche di là, i risparmiatori sappiano che noi siamo a pochi metri di distanza”. L’appello è arrivato dal Ministro delle Finanze della Repubblica turca, Ersan Tatar, in un’intervista di qualche giorno fa.

Negli anni Ottanta, la Repubblica Turca di Cipro del Nord ha beneficiato dell’ascesa economica della Turchia, che l’ha portata ad aprirsi verso il mercato globale. Così, mentre il paradiso fiscale di Cipro crollava, la città di Ankara cresceva, abbattendo inflazione e disoccupazione, attraendo investimenti e divenendo un partner commerciale di tutto rispetto per l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia, il Giappone, la Cina.

Oggi la Repubblica Turca di Cipro del Nord vive uno dei momenti più floridi della sua economia. Il reddito medio dei cittadini è in fase di crescita, il numero dei disoccupati è calato considerevolmente, gli investimenti sono aumentati e l’inflazione è diminuita. È la Turchia, dunque, ad avere il coltello dalla parte del manico rispetto all’Unione Europea. Non è più il continente a dover decidere se aprirsi alle porte dell’Asia, bensì lo Stato turco a scegliere verso quale direzione orientarsi.


Questo articolo è stato pubblicato nel website dell'Associazione Giornalisti del Mediterraneo.

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