Blog by Chiara Amato ©2012-2019 Nuvole Passeggere ...pensieri in movimento - All rights reserved
Visualizzazione post con etichetta GIORNALISMO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta GIORNALISMO. Mostra tutti i post

martedì 30 settembre 2014

Il dopo de Magistris a Napoli, quale il futuro della città?

Crisi politica, crisi di un'intera città. Con il suo attacco alla magistratura Luigi de Magistris scuote le coscienze ed innesca una riflessione sul ruolo civico delle istituzioni. Quale il futuro di Napoli? A rispondere è Aldo Masullo, ospite del forum organizzato dal quotidiano "Il Mattino". La sua analisi parte dalla singolarità di una metropoli che vive costantemente situazioni d'emergenza. Una città in cui da tempo la classe politica si è svuotata di significato. "A Napoli mancano esempi positivi - spiega il filosofo - De Magistris deve accettare la sospensione: è stato magistrato, rispetti la legge. Ciò implica per le forze politiche l'utilizzo di questo tempo per fare le scelte giuste, come puntare su un'urgente trasformazione economica della città". E' un monito rivolto alle istituzioni che, secondo Masullo, "hanno sbagliato due volte, perché avrebbero dovuto sostenere il sindaco impedendogli di dire pazzie, e fare massa critica intorno a lui".
La decadenza di Napoli è anche sociale oltre che politica. "Oggi - afferma il filosofo - il punto focale è lo scoraggiamento della città". Intanto a prendere piede è la criminalità organizzata. "E' un soggetto terribile - aggiunge - che non enuncia progetti ma costruisce il proprio potere canceroso, che via via erode l'intera struttura della città". Per Aldo Masullo il deficit partenopeo è dato dall'inesistenza di una classe che abbia capacità d'intervento perché "siamo rappresentati solo a parole".

venerdì 11 luglio 2014

Bambini di guerra

Sull'inutilità della guerra e sui bambini, le persone più belle e indifese di questo mondo.


giovedì 26 giugno 2014

L'equo compenso e i giornalisti a costo zero, l'immutabile frontiera dell'editoria

Si pretendono sacrifici, tempo, volontà. Si richiede una passione illimitata perché "il giornalismo lo puoi fare soltanto se sei disposto a rinunciare a tutto il resto".  A cominciare dall'avere uno stipendio, aggiungo, perché quella frase l'ho ascoltata più volte e mi ha lasciata basita quando a pronunciarla è stato un direttore di un giornale. Un direttore che, però, cercava - e cerca - giornalisti a costo zero.
La mia vicenda è comune a quella di molti altri aspiranti giornalisti in Italia. Più voci recriminano la scelta di scrivere gratis per avere il tesserino da pubblicista. Giusto, ma io mi chiedo dove sia l'Ordine dei Giornalisti e perché permetta agli editori di continuare su questa strada.
Come se non bastasse, la matassa si ingarbuglia ancora di più con l'odierno accordo Fieg-Fnsi sull'equo compenso: i sindacati della stampa hanno deciso che il prezzo della professione di giornalista è 20 euro ad articolo. Dove vanno a finire i sacrifici e il lavoro di 112 mila giornalisti iscritti all'Albo? Senza contare quelli dei non iscritti che vengono quotidianamente sfruttati. Dinanzi a loro quali aspettative ci sono?
Altro aspetto inquietante: il gioco del silenzio da parte di alcune grandi testate giornalistiche, le più importanti a livello nazionale. Le stesse che dicono di offrire un'informazione libera e indipendente non si esprimono su quanto accaduto. Non dovrebbero perché la libertà di stampa non può valere venti euro, e neanche la dignità di un giornalista.


mercoledì 30 aprile 2014

#Ijf14 ...come se fossi lì


Perugia, un anno fa


Immersa e travolta da un'onda. E' un ricordo che quasi confuso ritorna in mente. Una sbronza leggera, un lenzuolo profumato. E' quello che è stato per me il Festival Internazionale del Giornalismo. Sei giorni sospesi tra desideri verso cui tendere e una Perugia di emozioni, volti, sogni. Irrealizzabili, sì. Irrealizzabili e belli. 
Per due anni tra i volontari - un po' in disparte, perché è come sono fatta io - nessuno si ricorderà di me, ma non importa perché io il Festival non lo dimentico. Prima spettatrice, felice ed entusiasta mentre consegnavo la brochure a Marco Travaglio perché me la firmasse. Era il 2010, o forse il 2009, e lui, quel giornalista come pochi, era a un passo da me. E pochi minuti prima aveva raccontato l'Italia al teatro Pavone. 
E' tutto veloce al Festival del Giornalismo. Senza rendermi conto era l'anno seguente, e poi l'anno dopo. Sognare di scrivere, filmare, documentare la vita, gli affanni, le colpe della gente, le bellezze e le storture del mondo. Un battito di ciglia e il Festival cominciava daccapo. Ragazzi da ogni dove, "ma davvero sono tutti qui?". Lo erano, lo sono tuttora perché domani il Festival riparte. Stavolta senza di me.
Questa potrebbe dirsi l'edizione della svolta, nata dal crowdfunding. Perché Arianna Ciccone è una che non molla. La seguirò da lontano, ma è come se fossi lì. In fila per partecipare, riflettere, sorridere e ridere - perché al Festival si ride, eccome se si ride! - per emozionarmi. Ed imparare, perché non ho mai appreso così tanto come dal Festival. Perché, per quanto la mia idea di giornalismo s'infranga su mille ingiustizie, non smetterò di scrivere su questo blog, sui miei taccuini, sui post-it. Non smetterò di voler raccontare gli altri e me, e per questo devo molto al Festival di Perugia.




giovedì 13 febbraio 2014

Sono tutti giornalisti / In pentola non bolle nulla di buono

Un post di getto in un momento di rabbia. Per scusarmi preventivamente se potrò sembrare eccessiva. E a me gli eccessi non piacciono. 

Non farò la scoperta dell'acqua calda e non porterò alla luce nulla di nuovo. La mia piccola voce nel coro dei tanti precari/disoccupati/sfruttati molto probabilmente non farà rumore. Però, voglio dirlo anche io: il giornalismo italiano naviga in pessime acque, soprattutto quello on line.
Le grandi testate a cui faccio riferimento per aggiornarmi, leggendo articoli dai tagli più disparati e visualizzando reportage, sono arrivate a proporre testi sgrammaticati e video amatoriali che dribblano qualsiasi fondamento giornalistico. Tutto ciò genera rabbia e sconforto in chi crede in una professione e fa la nota quanto stancante gavetta ripetendosi ogni giorno di voler perfezionarsi. La colpa è di molti (non sta solo a me recriminarla), partendo dagli editori fino ad arrivare alla formazione che paghi 100 ma insegna 1.
Non tiratemi fuori la storia che "bisogna dare una possibilità a tutti": sui grandi quotidiani dovrebbe arrivarci chi ha un certo spessore e sa metterlo in campo. Le sue competenze dovrebbero essere un insegnamento a cui attingere. Se, invece, diventa il navigatore di turno a dover tener conto degli strafalcioni del giornalista (o presunto tale)........
In origine, il web doveva rappresentare un'opportunità per il giornalismo. Un punto di svolta per accorciare le distanze e velocizzare la trasmissione di notizie. Ecco, snellire i tempi non l'informazione.


mercoledì 15 gennaio 2014

Varsavia, la città dai due volti

Nel XVIII secolo era conosciuta come la Parigi del Nord. Risorta dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, Varsavia, capitale della Polonia, è ritornata al suo splendore originario, diventando un importante centro culturale, artistico e scientifico. Non solo: frequentata da oltre duecento mila studenti, è una città che non dorme mai, con un via vai continuo nelle caffetterie, nei pub, nelle discoteche, nei teatri.
Una metropoli tra passato e futuro, un connubio di eleganza e modernità, tradizione ed avanguardia.

La Città Vecchia e la Città Nuova
Riconosciuta come patrimonio mondiale della cultura dall’UNESCO, la Città Vecchia, ‘Stare Miasto’, è il centro storico di Varsavia, raso al suolo durante il secondo conflitto bellico e ricostruito negli anni a venire. Il cuore del quartiere è Piazza del Mercato, un tempo sede del municipio e punto nevralgico della vita cittadina, circondata oggi da edifici in stile rinascimentale, barocco e gotico, e luogo d’incontro per pittori e ritrattisti. Le gallerie d’arte, i ristoranti tipici, i tavolini dei caffè richiamano folle di turisti.
La porta del Barbacane separa la Città Vecchia dalla Città Nuova, ‘Nowe Miasto’, centro indipendente fino al XVIII secolo. Chi vuole ammirare il panorama di Varsavia può salire al trentesimo piano del Palazzo della Cultura e della Scienza, situato nella zona moderna, un grattacielo di 234 metri di altezza costruito secondo i canoni del realismo socialista.

Il tragitto reale
Il percorso, che simbolicamente ripercorre parte della storia di Varsavia, ha inizio dalla Città Vecchia con il castello reale per giungere, seguendo il fiume Vistola, al parco di Łazienki Królewskie, uno dei più belli d’Europa, e al palazzo del Belvedere. La via Nowy Świat è il tratto principale con negozi eleganti, librerie e ristoranti.
Il viale Ujazdowski è il più suggestivo di Varsavia, caratterizzato dagli splendidi palazzi delle ambasciate straniere, dall’orto botanico, dalle sedi dei ministeri e dal parco di Łazienki Królewskie

Il parco di Łazienki Królewskie
Incantevoli edifici storici si trovano all’interno del parco, quali il Palazzo sull’Acqua, l’anfiteatro estivo e il palazzo Myśliewicki. Da primavera a fine autunno la musica di Fryderyk Chopin, il geniale compositore che trascorse i primi vent’anni della sua vita a Varsavia, risuona nei concerti sotto il monumento a lui dedicato. Il ricordo di Chopin è presente in molti luoghi della città.

Il ghetto di Varsavia
Ad ovest della Città Vecchia si trova quello che è stato il ghetto di Varsavia, abitato dalla più grande comunità ebraica europea prima del secondo conflitto mondiale e trasformato dai nazisti, nel 1940, nel Grande Ghetto. La Via della Memoria ricorda le atrocità di quegli anni.

Il parco multimediale
Aperto al pubblico, si trova tra la Città Vecchia ed il fiume Vistola. D’estate è meta di turisti che trovano refrigerio nei suoi grandi giardini. Durante gli spettacoli serali, accompagnati da musiche di ogni genere, le fontane del parco rivivono in un gioco di luci e colori.

Il Centro scientifico Copernico
Emblema di cultura, scienza e tecnologia, è un museo completamente interattivo di ventidue mila metri quadrati, con mostre e laboratori che offrono la possibilità di fare esperimenti e di divertirsi. Un’attrattiva del centro scientifico Copernico è l’Electrobard, un poeta elettronico che scrive poesie su richiesta e le recita.


Articolo pubblicato sul Corriere di Salerno

venerdì 1 novembre 2013

Let's go to Rome

Il Colosseo in una mia istantanea
Quale migliore occasione del week-end alle porte per visitare la città eterna? Muniti di macchina fotografica e di scarpe comode, Roma è unica e speciale perché le tappe in cui vale la pena fermarsi distano poco l’una dall’altra e sono raggiungibili a piedi. Se siete dei pigroni e l’idea già vi fa sudare, non vi agitate: le linee della metropolitana e degli autobus vi condurranno ovunque.

Avete già la valigia pronta? Bene, il nostro viaggio può iniziare.

Partiamo da piazza Barberini: percorrendo via del Tritone, raggiungerete Largo Chigi incrociando la meta dello shopping romano, via del Corso. Dinanzi ai vostri occhi troverete, invece, piazza Colonna, con palazzo Chigi sulla destra e, qualche metro dopo, piazza Montecitorio. La sede del Parlamento non passa inosservata per la sua magnificenza.

Da via del Corso potete scegliere diverse direzioni, ma nessuna vi lascerà delusi: Fontana di Trevi, piazza Venezia e l’Altare della Patria, per poi proseguire su via dei Fori Imperiali e tuffarsi nella storia, fino a sgranare gli occhi dinanzi al Colosseo. O ancora, raggiungere piazza di Spagna e piazza del Popolo, per, poi, seguire le indicazioni per la terrazza del Pincio. Da lì, la vista è mozzafiato e Roma sembra una cartolina. Ma non vi fermate: una breve salita vi aprirà le porte di Villa Borghese. (Curiosità: al suo interno, tra le tante attrattive, c’è anche la ‘Casa del Cinema’).

Prima di augurarvi buon viaggio, non posso non consigliarvi un’ultima destinazione, il quartiere Trastevere, uno dei più caratteristici di Roma: di notte si amplifica la magia di una passeggiata sul Tevere. Continuando a camminare lungo il fiume, ci sarà l’ennesimo panorama ad attendervi, il monumento di Castel Sant’Angelo.


Articolo pubblicato sul Corriere di Salerno

lunedì 10 giugno 2013

La gente non ci crede più, e sbaglia

Fremono le emittenti televisive, i giornali, gli inviati dai seggi, in attesa dei risultati dei ballottaggi. Alle ore 15 sarà tutto concluso, si chiuderà il secondo giro di giostra per le elezioni comunali. Sono ben 67 le città italiane che non hanno eletto il proprio sindaco durante la prima tornata, del 25 e 26 maggio scorsi.
Ma, anche stavolta, c'è un fantasma che si aggira spettralmente tra i palazzi della politica. Un'ombra sintomatica di qualcosa di più forte e di più grande. L'astensionismo, il riflesso di un malessere che a 360° caratterizza ormai la nostra società.
Le elezioni diventano così una disfatta per la classe politica. E in maniera complementare rappresentano la disfatta della società. La gente non ci crede più. E non si fida di chi sta ai piani alti, delle storie "sul Paese bene comune, sull'Italia di tutti", delle promesse sul "fare", se poi i politici sprecano e rubano. E allora preferisce non scegliere. Anzi, sceglie di non esprimere nessuna preferenza, sceglie di non andare a votare.
Mettetela come volete, ma la gente non vota e, non votando, perde un diritto importantissimo, tra i pochi che le consentono di farsi sentire. Non c'è speranza? Non c'è voglia? Non c'è la passione? Cosa manca? Manca tutto questo, manca molto di più, la voglia di cambiamento. Che essenzialmente è quella con cui ti metti in gioco sempre, nelle cose di tutti  giorni, nelle sfide con te stesso e con gli altri.

Intanto, in attesa dei risultati, in attesa di sapere, il fantasma dell'astensionismo è sempre lì. Ma il non-voto non è la soluzione, il non-voto è una delega agli altri. Della serie, "fate come volete, decidete anche al posto mio, perché a me non interessa".

giovedì 18 aprile 2013

A scuola di umiltà


Coraggiosa, tenace, brava. Una giornalista come poche, una giornalista più unica che rara. Milena Gabanelli rinuncia al "potere che dà alla testa", quello del politico. Un ruolo tutto italiano, figlio della logica del prendere senza dare, a cui siamo abituati da tempo ormai. 
Ma Milena non lo vuole questo ruolo. Lei fa la giornalista. E lo fa benissimo, aggiungo. La trasmissione che conduce, Report, riflette la sua persona come uno specchio: lineare, pulita, semplice, seria. 
Oggi è lei stessa che scrive di "non essere all'altezza di un compito così grande" come quello da Presidente della Repubblica. E si scopre che Milena Gabanelli è anche una persona umile.
E' una professionista, insomma, e, da lei, abbiamo molto da imparare.




martedì 9 aprile 2013

La città dove è vietato giocare



Le immagini più toccanti raccontano le storie dei bambini di Taranto. Un cartello recita che la città salentina è “l’unico posto al mondo in cui i più piccoli hanno il divieto di giocare”.  
E sono proprio loro, i bambini, anche se assenti, i protagonisti indiscussi della manifestazione contro l'Ilva di Taranto a cui, stamattina, ha partecipato la delegazione del Coordinamento Valle del Sacco, riunitasi davanti a Palazzo Montecitorio. Arrabbiati e preoccupati per la loro salute, i cittadini di Taranto temono ancora di più per quella dei loro figli. Denunciano che il tasso di mortalità infantile continua ad aumentare e si scagliano contro “la noncuranza e l’indifferenza della classe politica” nella questione della chiusura dell’Ilva. I politici non considerano il diritto alla salute come primario per ogni essere umano. Sono degli assassini! Noi vogliamo vivere”.  

In giornata è attesa la decisione della Corte Costituzionale sulla legittimità del decreto “salva-Ilva”.  Lo Stato ci vuole morti?. In Piazza Montecitorio c'è qualcuno che se lo chiede. In attesa di una risposta.                  




Le foto della manifestazione di stamattina (scattate da me).




venerdì 29 marzo 2013

Cipro, un'isola felice a metà


Il “salvagente- Europa” ce l’ha fatta: Cipro ha schivato il pericolo della bancarotta e i mercati possono tirare un sospiro di sollievo.
Dopo dodici giorni di chiusura, oggi le banche cipriote riaprono i battenti. Molte persone si sono accalcate dinanzi agli sportelli, nell’attesa di ritirare denaro. La chiusura era stata decisa dal governo per il timore di una fuga di capitali in seguito all'accordo, concordato con l’Eurogruppo, per il salvataggio dell’isola.

Ma qual è il prezzo del salvataggio di Cipro? L’accordo, inevitabile e duro allo stesso tempo, e frutto di un pasticcio europeo, non ha tenuto conto delle scelte politiche di Nicos Anastasiades, neopresidente di Cipro, il quale, in campagna elettorale, aveva promesso di non toccare i risparmi dei cittadini. La trattativa con l’Eurogruppo ha costretto Anastasiades a cambiare programma.
Inoltre, le autorità cipriote, negli anni, non hanno controllato le banche, lasciando, in tal modo, che alcune diventassero troppo grandi per riuscire poi a gestirle in caso di emergenza. Per di più, il governo non si è preoccupato della provenienza dei capitali (in maggioranza greci e russi) che gli istituti dell’isola attiravano. Le banche hanno concesso molti prestiti alla Grecia e hanno investito grosse fette dei loro patrimoni in titoli di stato greci, pur sapendo che era rischioso. Quando la Grecia è finita sull'orlo della bancarotta, coinvolgendo nelle perdite anche i suoi creditori (manovra decisa con le autorità europee), le banche di Cipro hanno perso l’80 per cento del denaro che avevano investito nei titoli greci.

Cipro è il quinto Paese dell’eurozona a ricevere degli aiuti per evitare il fallimento (prima ci sono stati Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna). Il suo governo, però, gode di ben poco credito politico nel resto d’Europa. Nel 2004 molti leader dell’Unione Europea si rifiutarono di accettare il suo ingresso nell’Unione, in mancanza di un accordo di pace che riunificasse l’isola. Ma la Grecia minacciò, qualora Cipro non fosse ammessa, di opporre il proprio veto a tutto l’allargamento dell’Unione Europea, e di impedire, quindi, l’adesione di altri Paesi. Pur riluttanti, i leader comunitari decisero di soccombere a questo ricatto e la Repubblica di Cipro entrò a far parte prima dell’UE, poi, nel 2008, dell'eurozona.
Nel 2002 il Segretario generale dell'ONU Kofi Annan presentò un piano di pace per la riunificazione di Cipro. Sottoposto a referendum nel 2004, il piano fu accettato con il 65% dall'elettorato dell'auto-proclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord, ma, fu rigettato, a grande maggioranza, dall'elettorato nella parte dell'isola controllata dal governo internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Cipro.

In mancanza di un accordo tra le due parti, le autorità della Repubblica di Cipro non possono esercitare alcun controllo sulla parte nord dell’isola, rimasta fuori dalla crisi economica che ha travolto le casse dello Stato greco-cipriota. I 264 mila abitanti turco-ciprioti non hanno nulla da temere, anzi, alcuni di loro sperano che la crisi porti qualche vantaggio. “Appena riaprono le banche di là, i risparmiatori sappiano che noi siamo a pochi metri di distanza”. L’appello è arrivato dal Ministro delle Finanze della Repubblica turca, Ersan Tatar, in un’intervista di qualche giorno fa.

Negli anni Ottanta, la Repubblica Turca di Cipro del Nord ha beneficiato dell’ascesa economica della Turchia, che l’ha portata ad aprirsi verso il mercato globale. Così, mentre il paradiso fiscale di Cipro crollava, la città di Ankara cresceva, abbattendo inflazione e disoccupazione, attraendo investimenti e divenendo un partner commerciale di tutto rispetto per l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia, il Giappone, la Cina.

Oggi la Repubblica Turca di Cipro del Nord vive uno dei momenti più floridi della sua economia. Il reddito medio dei cittadini è in fase di crescita, il numero dei disoccupati è calato considerevolmente, gli investimenti sono aumentati e l’inflazione è diminuita. È la Turchia, dunque, ad avere il coltello dalla parte del manico rispetto all’Unione Europea. Non è più il continente a dover decidere se aprirsi alle porte dell’Asia, bensì lo Stato turco a scegliere verso quale direzione orientarsi.


Questo articolo è stato pubblicato nel website dell'Associazione Giornalisti del Mediterraneo.

lunedì 31 dicembre 2012

L'informazione ai tempi di Internet



Internet è ormai il motore della comunicazione, è lo scenario ed il tramite per compiere qualsiasi tipologia di azione: ascoltare musica, leggere, parlare con i propri amici, scegliere il film da vedere nel cinema più vicino, esprimere le proprie opinioni, partecipare a sondaggi di varia natura. Mi fermo ma la lista delle cose che si possono fare grazie a questo strumento rivoluzionario è lunghissima.
Internet ci ha cambiato la vita, e, come tutte le novità, non ha apportato solo benefici all’umanità. Resta però, secondo me, il dato più importante che questo incredibile congegno ci ha donato: la forza dell’informazione.
Il tutto si è sviluppato di pari passo ai progressi della tecnologia, che sforna di continuo sistemi avanzati. L’informazione digitale e digitalizzata è stata favorita e supportata da questi strumenti: grazie ad essi comunicare è divenuto più semplice e la trasmissione delle notizie più rapida.
Qualcuno contesterà il lato negativo della medaglia, ovvero il fatto che l’informazione può risultare modificata da chi la fa e da chi la scrive, quindi non reale e veritiera. Un elemento, questo, che è sempre più attuale nel via vai quotidiano, anzi “istantaneo”, delle notizie riportate su blog e siti, ed in cui entra in gioco l’etica della professione.
Sembra surreale dover convincere che si agisce con morale al giorno d’oggi, ma se pensassi il contrario mi sentirei sconfitta, vuota e privata dello stimolo che è fondamentale per andare avanti nella vita come nelle proprie aspirazioni.
La parola che, durante una mia esperienza giornalistica, ho sentito nominare di più delle altre era “accessi”. Il suo significato stava nel numero di utenti che selezionava le notizie e con quale frequenza. Mi chiedevo se quegli stessi utenti leggessero, poi, il contenuto delle notizie e quanti, invece, si fermassero alle parole del titolo o al sommario. Alle persone interessa davvero l’informazione e su quali basi giudicano la veridicità di un fatto?
Col tempo mi aspetto di trovare le debite risposte nell’evolversi e nelle azioni della società, anche se l’attuale quadro non sembra rincuorante. Internet è in grado di dare spazio e popolarità a movimenti sociali, culturali, politici, che condividono idee e vogliono farsi sentire.
La forza della rete non sta nelle mani di coloro che si propinano come “guida”, ma in quelle dei cittadini, illusi o disillusi che siano. Se solo riuscissimo a capirlo…

Articolo pubblicato sul quotidiano on line BlogTaormina


giovedì 25 ottobre 2012

Sicilia, le donne del cambiamento

Quindici donne possono contribuire e lavorare per dare una speranza ad una terra sfruttata e calpestata per lunghi anni. Sono le donne elette all’Assemblea Regionale Siciliana lo scorso 21 ottobre.
Nonostante il neopresidente Rosario Crocetta abbia palesato la necessità e l’urgenza di una legge sulla pari rappresentanza politica di genere (in effetti, la percentuale delle quote rose in Sicilia si attesta attualmente intorno al 16 per cento sul totale di 90 deputati), quanto accaduto acquisisce una rilevanza particolare nella storia della regione sicula: dal lontano 1947 ad oggi le presenze femminili sono state in tutto 17 e la scorsa legislatura ne ha contate solo tre.
Dunque, in Sicilia gli elementi di rinnovamento si affacciano sul nascente corso politico e lasciano pensare che si possa instaurare non solo un clima di fiducia nelle istituzioni, ma anche un ribaltamento della figura femminile che potrebbe rivestire un ruolo cardine. A riconoscere la forza di queste 15 donne sono stati proprio i cittadini, un dato che non va assolutamente trascurato. Tutto ciò è indice che il vento può soffiare in un’altra direzione.

sabato 2 giugno 2012

Un paese che non vuole cambiare

Sfoglio la rassegna stampa delle ultime ore. Il Papa a Milano. L'Emilia tartassata di scosse (e di giornalisti a caccia dell'ultima intervista "strappalacrime"). La disoccupazione giovanile in vertiginosa salita. Napolitano, la sobria parata del 2 giugno e il popolo mediatico in subbuglio. 
La sensazione è quella di leggere una storia che si ripete.
Una storia di cui non siamo protagonisti. Noi in quanto cittadini sulla carta, ma non nell'essenza di uno STATO che decide senza porgere l'orecchio per ascoltare. Figli di una democrazia che abbiamo ereditato, perlomeno le generazioni più giovani. Una democrazia per cui non abbiamo lottato. Per cui non lottiamo neanche oggi.
Giorgio Gaber cantava "Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono". Ci rivedo la chiave della mia generazione in quella seconda strofa. Non so se sentirmi privilegiata nell'essere figlia di Garibaldi e Mazzini. Dei partigiani. Delle donne che per me hanno voluto ed ottenuto le leggi sulla parità dei sessi. Oppure indignata di essere nata in un posto dove quelle leggi, e molte altre ancora, sono rimaste sulla carta, senza essere rispettate, ma calpestate troppe volte. Dove le case, le scuole, le strutture pubbliche, non sono a norma e cascano in un batter di ciglia, collassando in una nuvola di macerie. E dove bisogna dimostrare di essere solo in apparenza superiore rispetto a un altro, in una società borghese e consumistica.
Senza il coraggio di cambiare non si va da nessuna parte. Il coraggio di avere un tetto solido sulla testa, un cuore che batte per le passioni, un sogno all'orizzonte.


martedì 29 maggio 2012

Terremotati e terremoti

E l'Italia trema ancora.
Stamattina una scossa di magnitudo 5.8 ha portato distruzione e morte tra le città dell'Emilia Romagna. Come se non bastasse la crisi con annessi e connessi. Le paranoie, le ansie. Le vittime di queste stato di cose. La società in frantumi, la politica che perde pezzi. Un Paese in bilico. E ora la natura, che sembra quasi si ribelli a un dispotismo diffuso, e che sferza colpi finali.
Dopo l'Abruzzo l'Emilia Romagna. A rimetterci sono sempre i più deboli. Migliaia di persone nelle tendopoli, costrette a rinunciare a quello di cui non possiamo fare a meno nella quotidianità giornaliera. Oggetti che sono indispensabili o perlomeno crediamo lo siano. Oggetti che d'un tratto sono inutili dinanzi a simili tragedie. 
In mezzo a cumuli di macerie, prevaricano i sentimenti reali. La tristezza, lo sconforto, la paura. E ci sentiamo più soli, più di quanto succede nella corsa contro il tempo. Questo è il momento per fermarci. E per pensare che la vita va guardata da un'altra prospettiva.

lunedì 28 maggio 2012

La libertà violata

Si chiamava Kaur Balwinde, aveva 27 anni e si era trasferita in Italia dall'India. Mamma di un bimbo di cinque anni, ne aspettava un altro da tre mesi. Non si sono avute sue notizie per due settimane, fino a quando il suo corpo è stato ritrovato nel fiume Po. Un'ennesima tragedia familiare, forse annunciata, forse celata, per quel senso di vergogna che spesso si porta addosso senza che abbia ragione di esistere.
Kaur Balwinde è stata strangolata dal marito per motivi di gelosia, perché voleva vestire all'occidentale, così hanno scritto le testate giornalistiche. Ma i rapporti tra un uomo e una donna possono essere difficili, complicati, troppo spesso tenebrosi e violenti. Oggi il più delle volte le relazioni mettono in luce un sentimento di possesso macabro e malato. Che dei sentimenti puri non racchiude nemmeno la sfumatura più sottile. L'amore è un'altra cosa.
Kaur Balwinde è l'ennesima vittima di un modo di concepire la donna come un oggetto da manipolare, usare e poi buttare via, quando smette di obbedire a comandi ed esigenze maschiliste, che dovrebbero essere morte nella notte dei tempi, mentre invece continuano ad uccidere e torturare il corpo e l'anima di chi vuole solo essere libera. Come voleva esserlo Kaur.

mercoledì 23 maggio 2012

Ciao Melissa

I sogni di una ragazza sono stati infranti. In un fragore colossale sono esplosi, si sono frantumati senza possibilità alcuna di poterli ricomporre. Colpa di un ordigno malefico, progettato per distruggere, per uccidere, per privare della vita, delle speranze, della gioia, della curiosità. Dell'essere giovane, bella, innamorata, felice, triste, allegra. Dell'essere una futura donna che pensa al suo domani. A sedici anni la morte non compare nei pensieri, non è sinonimo di una forza violenta e brutale che ti annienta e ti porta via in un istante. A sedici anni vuoi vivere, dando e ricevendo il massimo. Melissa Bassi è l'ennesima vittima di un qualcosa che ancora non sappiamo definire. Un qualcosa che ha i tratti della furia, della pazzia, dell'odio. Un qualcosa che colpisce i deboli perché sono indifesi.
Nel ventesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone, insieme a sua moglie e alla sua scorta, non è cambiato nulla. La mafia c'è e tesse le trame dei suoi giochi perversi. La mafia ed ogni altra forma di ingiustizia. Melissa Bassi è l'ennesima vittima dell'ingiustizia, dell'illegalità, della noncuranza dell'altro in quanto persona. 
E, in tutto questo, noi dove siamo? Con chi stiamo? Dove ci sediamo? Tutti i giorni bisognerebbe compiere piccoli passi, avendo nella testa grandi progetti per pulire questo lercio che ci circonda. Non dobbiamo abbassarci, ma credere nel presente, un dono da costruire, edificare, per stare beni con se' stessi e con gli altri. Bisogna ripartire dai valori, parola che non compare quasi più nella frenetica corsa dei nostri giorni. Perché sono proprio i valori che provano a toglierci. Con il cuore e con la testa, con il coraggio e con l'umiltà, ce li riprenderemo. Non riusciranno a privarcene, non ce la faranno a spegnere le candele della libertà.

giovedì 10 maggio 2012

La realtà è che c'è da fare

Policlinico di Napoli, caos, gente, attese, grandi padiglioni, distanze. Malattie, angoscia, voglia di vivere. Lavoro, fatica, diagnosi, cure, medicine, interventi. Dottori, studenti, tirocinanti, infermieri, pazienti, amici, genitori, parenti. Ho visto tutto, ho visto questo. Ho letto la speranza di chi sa che non c'è nulla da fare e di chi non ce la farà. Ho guardato la rassegnazione e mi ha fatto pensare. Ho sentito la paura come un brivido sulla pelle. Ho osservato le paure altrui.
La vita è un mistero, non so quante volte mi sono trovata dinanzi a questa frase. Sarà anche un mistero, ma è ancor più misterioso sapere come da queste parti si riesce ad andare avanti. Una malattia ti logora, ribalta gli equilibri di una famiglia, mette a durissima prova una stabilità costruita in un tempo indefinibile, abbatte chi non ha raggiunto ancora quella stabilità. E il disagio (forse termine troppo riduttivo) si amplifica quando hai intorno a te carenze strutturali e professionali che fatichi a immaginare se non ci sei dentro. La vera malattia si vede da dentro, il resto sono supposizioni, frasi, congetture. La vera malattia siamo anche noi, quando "ci stanno bene" il favore, la raccomandazione, il piacere... Chi più ne ha più ne metta. Il male del secolo è che non ci sta a cuore gridare che vogliamo una terra giusta, onesta, corretta. Che vogliamo diritti garantiti, serietà, trovare una mano tesa nei momenti più difficili. Che nei percorsi più bui vogliamo il diritto alla salute. Ed essere ascoltati.
Io una luce oggi l'ho vista. Era quella della passione per il proprio mestiere, che si porta avanti anche quando tutto intorno cade a pezzi (e non in senso metaforico). 

martedì 1 maggio 2012

International Journalism Festival '12, diario di una volontaria

A Perugia si è rinnovato l’appuntamento con il Festival Internazionale del Giornalismo: dal 25 al 29 aprile la città umbra è stata teatro di questo grande evento che, giunto alla sua sesta edizione, ha portato all’attenzione del pubblico il mondo del web 2.0 con le sue molteplici sfaccettature e i suoi innumerevoli spunti di riflessione. Un tuffo in un mare di incontri, conferenze, laboratori, spettacoli teatrali con ospiti di rilievo, giornalisti, professori universitari, cantautori, registi, speaker radiofonici, blogger, scrittori, provenienti dal mondo intero. Tutti uniti dalla stessa passione per il mondo dell’informazione e della comunicazione. 

La sesta edizione del Festival Internazionale del Giornalismo ha superato di gran lunga tutte le aspettative con un boom di presenze ed un altissimo numero di visite e commenti online, soprattutto sui social network. Proprio dei social network si è discusso in più occasioni: a questi nuovi mezzi di comunicazione va il merito di aver cambiato e rivoluzionato il futuro dell’informazione negli ultimi anni, rendendola più trasparente, concreta e fluida. 

Per me è stato il primo anno tra i volontari: un’esperienza professionale unica nel suo genere. Il Festival del Giornalismo è immerso in un’atmosfera di freschezza, gioia e positività. Una settimana che scorre rapida, le giornate si dilatano e si restringono allo stesso tempo, ti senti parte di un tutto in cui hai la possibilità di imparare, crescere e relazionarti. Dietro il meraviglioso palcoscenico del Festival c’è il duro lavoro di mesi che vede impegnati Arianna Ciccone e il suo staff, persone che sostengono e amano questo progetto e s’impegnano per realizzarlo nel migliore dei modi.

Tanti sono stati i temi che il Festival del Giornalismo ha portato sotto gli occhi dei suoi spettatori. Dal precariato al futuro della carta stampata. Dall’importanza dell’informazione alle nuove tecnologie di comunicazione. Il giornalismo nel mondo del cinema e della musica. E ancora, incontri sulle donne e i media, tra diritti e volontà di farsi spazio in una società dove i posti di responsabilità sono il più delle volte occupati da uomini. 

Riflettori puntati anche sul ruolo che le organizzazioni umanitarie svolgono nel panorama nazionale ed internazionale: il Festival ha dato modo agli attivisti di Emergency, di Amnesty International, dell’Unicef, di raccontare il proprio operato comunicando l’importanza e la necessità di un aiuto e di un sostegno globale. In conclusione, l’esperienza de L’Isola dei cassintegrati raccontata dai creatori dell’omonimo blog, Michele Azzu e Marco Nurra.

(Caparezza ha indossato la loro t-shirt sul palco del concerto del 1° maggio, che gli era stata regalata proprio durante il Festival di Perugia!)